Via Nicolò Musso 2
15033 Casale Monferrato (AL)
CROISSANT
«Due cappuccini e due croissant, uno al cioccolato e uno vuoto, e poi… Bambini! Fermatevi un attimo, tu non urlare, e tu smetti di tirare i capelli a Federico, e ditemi che cosa volete mangiare!»
Enrico si era perso nella contemplazione di qualcosa dietro agli scaffali di pasta e biscotti e Paola si sentì piovere addosso ancora una volta il peso di gestire da sola l’energia e la capacità distruttiva dei suoi figli. Dopo aver rincorso i due gemellini e aver estorto le loro scelte di dolcetti e bibite, Paola aveva trovato un angolo per appoggiare le tazze di cappuccino per sé e per Enrico; neanche dopo il cenno che gli aveva fatto lui l’aveva raggiunta alla postazione che lei aveva conquistato a fatica. Dal tavolino poteva vedere solo in parte il marito, ma capì dalla sua espressione estasiata che doveva aver visto qualcosa di strabiliante dietro a quei cesti di pasta dai formati più strani pensati per stregare i turisti stranieri.
«Che si arrangi e si beva il cappuccino freddo, perché oltre a quei due diavoli in miniatura non posso badare a un terzo figlio!»
Paola era ormai allenata a usare uno sguardo periscopico per abbracciare tutto il campo in cui potevano muoversi i gemelli e per cercare di scongiurare, per quanto possibile, le possibili cadute e rotture di oggetti o di varie parti del corpo. Con quattro sorsi e qualche morso veloce archiviò la sua pausa colazione per riprendere la battaglia di civilizzazione di quei due esseri che la impegnava da tre anni e mezzo.
Anche senza le parole acide che sua madre le aveva rivolto facendoglielo notare, si era resa conto da sé che quando parlava dei gemelli non li nominava se non dicendo “quei due”, “le pesti” o altre espressioni del genere, senza vezzeggiativi o almeno un possessivo, un accenno basico alla relazione genitoriale come ad esempio “i miei figli”. A Paola però pungevano forse ancor di più le frasi forbite, ma altrettanto categoriche della psicologa; quando a queste si aggiunsero anche i commenti delle sue colleghe più anziane si convinse a scegliere con maggiore cautela a chi raccontare la sua fatica e i suoi dubbi sulle beatitudini della maternità senza passare per depravata.
Al rientro dalle vacanze di fine anno, alla sua amica e collega Silvia aveva sintetizzato con un lungo sguardo stanco le giornate trascorse con i figli. Si stupì della sua reazione, o meglio, della mancanza del tipo di reazione che ormai si aspettava da tutti. Parlare con Silvia era liscio e piacevole: ascoltava senza interrompere, e soprattutto senza quelle frasi sentenziose che sembravano impazienti di uscire dalle labbra di chi voleva impartirle lezioni o incollarle giudizi senza appello.
Qualche tempo dopo, per il suo compleanno, a prezzo di una negoziazione sfiancante con sua madre per occuparsi dei gemelli in attesa del rientro di Enrico, Paola poté finalmente accettare l’invito di Silvia a una serata “fra ragazze”. Verso il termine di una cena che si era rivelata più ricca di alcol di quanto avesse previsto, Paola esalò tutto d’un fiato le parole che altrimenti si sarebbero ancora una volta impelagate nel “non si deve, non si dice”. Con gli occhi bassi e la mano salda nello stringere il calice di vino disse che incominciava a chiedersi se non fosse pentita di avere avuto figli.
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