Via Nicolò Musso 2
15033 Casale Monferrato (AL)
CATERINA
Sabato 3 febbraio, sera.
Vorrei ricominciare a fumare, ma la mia pelle di velluto si rovinerebbe.
Per quanto riguarda le droghe, ormai ho una certa età per iniziare. Ricordo i primi tempi della mia carriera, tutte quelle ragazze che le usavano. Non avevano scelta se volevano rimanere in gioco. Qualcuna arrivò a confidarsi. Sospiravo e dicevo loro che le capivo, che purtroppo era dura e che sarebbero riuscite a ripulirsi dopo il successo. Cosa che non avveniva perché si distruggevano prima, ma si sentivano appoggiate dalla mia personalità forte e così andavano avanti. Era già tardi quando se ne rendevano conto. Non lo facevo eliminare la concorrenza, non ne avevo bisogno. Provavo piacere nella loro sofferenza, nel vedere la vita distruggere i loro sogni e privarle delle loro speranze, di ciò che per loro era importante.
Per esclusione, mi rimane l’alcol, l’unico compagno fedele in questo attico di dieci locali in centro città, ricco di soprammobili e povero di amore. Il bicchiere largo e basso è freddo tra le mie dita affusolate. La grossa palla di ghiaccio cade all’interno con un tonfo sordo. Le sfumature bronzee del liquore la avvolgono e la fanno crepitare, per la quarta volta stasera.
Ripongo la bottiglia sul carrello e vado a sedermi sul divano in soggiorno. Il profumo della pelle penetra le mie narici. Incrocio le lunghe gambe sul pouf, soddisfatta del viola scuro delle mie unghie. Chiudo gli occhi, stiro gli archi dei piedi e faccio ruotare lentamente le caviglie. Altri ricordi di donne mi tornano in mente. Li sopprimo, insieme al sorriso che accompagna certi pensieri, perché sono arrivata a odiare di dover ricorrere al passato per sentirmi bene.
La palla di ghiaccio si è rimpicciolita. L’accolgo in bocca la sento sciogliersi lentamente tra le carezze della mia lingua. Così com’è accaduto a tante ragazze, quando per la prima volta si lasciavano baciare. Come su questo bicchiere, il mio rossetto rimaneva sulle loro labbra, prendendo in cambio un pezzo delle loro anime. Ogni volta, giorno dopo giorno.
Nella mia vita ne ho combinate molte più da sobria che da ubriaca. In ogni caso, non è servito a farmi sentire una donna soddisfatta né in pace con sé stessa, tanto meno a darmi quello che dalla nascita tutti hanno per natura, e che la vita mi ha negato.
Il sapore dell’ingiustizia è una delle sensazioni peggiori che si possano provare. Ti corrode dall’interno. Sei costretta a guardare qualcosa accaderti in un modo sbagliato, impietoso, senza poter fare nulla. L’esposizione continua ti segna dentro, fino ad azionare un meccanismo perverso: quando non riesci più ad assorbirlo o a sopportarlo, ne diventi fautrice. Sai che è sbagliato ma non t’interessa, perché desideri farlo. La sensazione di voler restituire al mondo quello che ti ha inflitto la senti bruciare dentro; desideri solo rimettere le cose in equilibrio.
A quel punto, prima di quando te ne accorga, la vita è diventata miserabile. Vivi con una costante sensazione di rivalsa contro tutti e nessuno, ed è l’unica cosa che ti prospetta soddisfazione, senza mai mantenere la promessa. Dura poco, allora ne vuoi ancora, senza realizzare che non è così che le cose si sistemano. Quando arrivi a capirlo, subentra la disperazione, fino ad arrivare all’ultimo stadio, l’apatia.
Diventa insostenibile. Vedo tutto nero, non c’è più alcun raggio di luce ormai.
Sono stanca. Sono anche ubriaca, ma non è l’alcol che parla, sono io. Con l’ultimo sorso mando giù una pastiglia di antidepressivo. Dicono che non si debba fare, ma ho sempre fatto l’opposto di quello che mi veniva detto, qualche volta per curiosità e tutte le altre per dispetto. Da anni, nessuno può costringermi a fare nulla. Sono io che lo faccio, col mio manager, con le griffe che mi vogliono come testimonial. Con tante ragazze belle, giovani e ingenue. Non so se mischiare antidepressivi a grandi quantità di alcol possa causare la morte. Non che possa importare più di tanto ormai, visto che a quello ci ho già pensato.
Mi sono documentata, sono stata brava. Nella fase pre-asfittica, l’acqua inizia a penetrare le vie aeree; si verificano veloci inspirazioni d'aria, per via dell’effetto sorpresa. Nella fase della resistenza, si ha un’apnea iniziale nel tentativo di non inalare l’acqua. In quella dispnoica, la glottide si apre involontariamente dando vita a inspirazioni sott’acqua, a cui fa seguito una dispnea espiratoria per tentare di espellere il liquido. C’è quindi la fase apnoica, in cui le funzioni respiratorie cessano, così come la perdita di coscienza e dei riflessi, per giungere infine a quella terminale, con l’arresto cardio-circolatorio. Ma la mia esperienza sarà ovattata, meno spaventosa, perché assumerò abbastanza sedativi per essere incosciente durante tutto questo.
Mi immagino fluttuare al centro di quel gigantesco acquario che conosco bene, avvolta da un lungo tubino, color smeraldo. In tutta la mia bellezza, come una sirena.
Mi domando chi sarà a trovare il mio corpo, probabilmente Asia. Povera donna, dovrebbe farmi compassione. Invece, vedere la sua pena è piacevole. Dopo lo shock iniziale, penserà di essere improvvisamente vicina a ciò che le sto impedendo di riavere, senza rendersi conto che non le è possibile, perché non l’ha perso a causa mia. Ai tempi non ci conoscevamo neppure. Quando non ci sarò più, dovrà fare i conti con la realtà, per la seconda volta. Il pensiero che una donna che mi ha sempre odiata mi odierà ancora di più quando sarò morta, anziché godere della mia dipartita, mi dà un inebriante senso di potere. Mi corrompe dentro, più di quanto non lo sia già, e mi rende lasciva nei confronti di ogni piacere materiale.
Mi accendo una sigaretta. In fondo, la mia pelle non avrà il tempo per vederne le conseguenze.
Mi alzo dal divano e mi avvicino al pianoforte a coda. Non ho idea di come si suoni. Sollevo il coperchio e, mentre sfioro alcuni tasti, ricordo che nella pianificazione della mia dipartita ho pensieri anche per altre persone, una in particolare. Se alla fine devo arrendermi, infliggerò dolore un’ultima volta a chi più di tutti, tra i pochi che ci sono riusciti, ne ha provocato a me. Registrerò il racconto della mia vita. Mi immagino a farlo come se lei fosse seduta qui davanti a me, immobilizzata e imbavagliata, costretta ad ascoltarmi, la sua bellezza rovinata da una singola, dolorosa imperfezione. Troverà la registrazione, solo lei potrà riuscirci.
La ascolterà e si dispererà a causa mia, un’ultima volta.
Via Nicolò Musso 2
15033 Casale Monferrato (AL)