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EDITORIA ARTIGIANALE

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Collana Giallo Grano

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DAVANTI AGLI OCCHI

 

 

 

Attraverso le persiane, notai che li osservava e che ogni tanto rivolgeva lo sguardo verso di me. Era Ricardito, lo strambo del quartiere. Nessuno si accorse del suo atteggiamento guardingo, perché la stranezza era la sua condizione naturale, e tutti ormai avevamo deciso di ignorarlo. Nemmeno io mi insospettii. Entrambi scrutavamo i fannulloni della Società Impianti Acquedotti e Fognature. Il primo giorno, sbarrarono la strada con i coni arancioni e iniziarono a trivellare con quel rumore assordante, unico campanello di allarme per un quartiere di morti viventi, fatto di stradine solitarie dalle fioche luci serali, e abbandonato da Dio. Misero a soqquadro la via per tutta la settimana, a partire da quel lunedì estivo, destando dal suo perenne torpore il vecchio Carlos, il nostro vicino, che si sedeva sulla seggiola di plastica a vedere passare e ripassare il mondo dal suo terrazzo, e che fu l'unico ad avere il coraggio di affrontarli, perché nemmeno noi, che ci lamentavamo frequentemente dell'atteggiamento apatico del quartiere – ma interiormente – avevamo mai osato dire niente a quel trio di mastodonti cotti dal sole, che indossavano tute di cotone grezzo simili a quelle del servizio idrico.

In casa, il primo a ribellarsi fu mio padre, che inveiva dalla stanza perché non riusciva ad ascoltare le notizie. Poi fu il turno di Mario Ricardo, mio fratello, l'uragano del sonno, che è più floscio di una nappina di cotone, e che si svegliò su di giri per il rumore, lanciò tre improperi e si addormentò di nuovo. Per quanto mi riguarda, mi avvicinai alla finestra e vidi nascosto dietro la tenda, affacciato al vetro, Ricardito, che osservava i tizi.

Quella prima giornata di lavoro la terminarono quasi alle sei del pomeriggio, e il risultato fu una buca degna di inghiottire un'auto e un nastro giallo che disposero tutt'intorno, con l'avviso “Passaggio vietato”. Tutti nel quartiere fecero finta che non fosse successo nulla e proseguirono la loro normale esistenza, che, a dire il vero, consisteva nel passare inosservati. Quanto alle macchine, i vicini abituali optarono per transitare sull'altra carreggiata. Vidi passare il coupé grigio della cicciona laureata in psicologia che abita a tre case di distanza da noi, il furgone verde del professor Franco, il vecchio zoppo e sinistro dell'angolo, e la Volkswagen rossa di un vicino talmente anonimo che tuttora non so il suo nome.

Ci volle una settimana intera perché gli operai scavassero il buco e se ne andassero. I primi giorni i tre tizi arrivavano in orario di lavoro – dalle otto alle dodici e dalle due alle sei – e, sebbene alcuni vicini sembrassero guardarli con sospetto, nessuno aveva il coraggio di chiedere cosa stessero facendo. Non era poi così strano: nel quartiere, o almeno nell'isolato, nessuno badava agli altri. Qualcuno si salutava con un cenno della mano quando passava sui marciapiedi delle case e altri semplicemente preferivano dare a intendere che “non era aria” per evitare di intavolare conversazione con sconosciuti.

Nel nostro caso, conoscevamo per lo meno il nome e il cognome dei nostri vicini attigui e di quelli di fronte, perché erano gli unici a non avere mai traslocato da quando eravamo andati a vivere lì; vale a dire, una trentina d'anni. Non erano i migliori vicini che potessero capitarti nella vita, ma erano i nostri vicini: è come la famiglia, che non si sceglie, te la ritrovi e basta, nel bene e nel male.

E così, volenti o nolenti, avevamo visto crescere Ricardito, che ormai non era più Ricardito. Trent'anni fa sì che era un bimbetto imberbe e tonto, e quando successe il fattaccio era praticamente uguale, ma con trent'anni in più. Era una delle tessere del puzzle della sua famiglia chiassosa e sui generis.

Chissà se anche loro non ci considerassero in modo simile. La madre era levatrice nel suo villaggio, e quando era venuta in città si era portata dietro pappagalli, cani, gatti, libellule e qualsiasi bestiolina montana da lei considerata un animale domestico e da compagnia. C'era anche la sorella puttana, che faceva la santa, e che aveva fatto sfilare davanti casa una passerella di fidanzati e pretendenti finché, in questo isolato cupo e immutabile, non era iniziata a circolare la voce di un bordello. Per ultimo, presiedeva la casa il vecchio Antonio, il procreatore della bolgia, che aveva anche lui le sue peculiarità sotto uno sguardo da rospo affogato, frutto del proprio strabismo; tale difetto, le malelingue lo attribuivano agli anni di gioventù passati a fremere dietro fessure e spiragli delle case altrui per spiare le vicine nude.

Erano tutte dicerie, perché nella nostra strada si sapeva più per supposizioni che per dati di fatto, ma, benché per vie traverse, ci era giunto alle orecchie che la sorella disinvolta di Ricardito, che chiamavano Anorra, aveva già avuto due figli senza padre, e che la più grande, di appena quindici anni, stava iniziando a seguire le orme della madre.

Era stato inevitabile ascoltare anche il pettegolezzo sul vecchio Antonio, che placava i bollenti spiriti comprando bambine orfane, provenienti dal villaggio della moglie. Era stato altresì impossibile evitare che Ricardito, che è il grande protagonista di questa storia, durante quegli anni acquisisse una serie di pratiche e manie proprie della sua condizione. Prima c'era stata la fissa di andare a caccia di farfalle nei giardini dei vicini; all'epoca aveva circa vent'anni e non era di certo un hobby appropriato alla sua età e aspetto.

E parlo di aspetto, perché in quel periodo aveva un ghigno da vecchietto che spaventava tutti quando lo vedevano con la sua preda sventurata, per cui più di una volta l'avevo scambiato per un ladro o un pervertito, e per tale motivo sottoposto a mandato di arresto. Poi era stata la volta della passione sfrenata per la settima arte. Lo si vedeva andare e venire a piedi alle prime luci del giorno per approfittare dei matinée alla Cinemateca, dove l'ingresso per due proiezioni era di un peso. Era tale la propria ossessione che, come unico gesto eroico nella sua vita, era riuscito a convincere l'amministratore di un teatro affinché lo assumesse. Ed era stato mio padre a dare per primo la notizia dell'anno, perché aveva visto Ricardito in pantaloni e camicia che lavorava nel cinema, assistendo i frequentatori e sostando sulla porta per vedere il film. In seguito venimmo a sapere che l'eroismo era durato poco perché l'avevano cacciato; e per qualche tempo, per necessità, aveva dovuto anche accantonare questa passione perché stava diventando cieco a furia di leggere sottotitoli di film statunitensi e francesi.

«È di famiglia, perché il vecchio Antonio è guer­cio», aveva detto qualcuno a casa quando ci eravamo accorti che Ricardito portava gli occhiali per la sua spiccata miopia.

Per il resto, la vita aveva seguito il suo normale corso, e i problemi, le discussioni, le risate e il pianto dei nostri vicini più prossimi erano diventate questioni comuni e quotidiane, che erano passate in secondo piano, perché ormai non attiravano più l'attenzione di nessuno. Non era stata infatti una novità vedere Ricardito con un cane randagio a fargli da Sancho Panza, o che fosse diventato un esperto nell'aggiustare telefoni a disco quando ormai nessuno li usava, o che un ottobre avessimo scoperto che era psicologo e che si era laureato sei anni prima.

«Se è psicologo, il primo paziente da analizzare deve essere proprio lui» aveva detto mia madre, «perché a questo non gli manca solo una rotella, ma l'ingranaggio completo».

Di contro, mio padre aveva precisato: «Quel ragazzo non è pazzo, è tonto, gli è mancato l'ossigeno al cervello durante la gravidanza».

Ciononostante, con le sue follie ed eccentricità, tutti in famiglia lo salutavamo affettuosamente quando si faceva vedere – principalmente io, che inspiegabilmente gli volevo bene – perché in più di un'occasione se n'era andato di casa, o così pensavamo noi, e potevano passare mesi senza che avessimo notizie sue. Persino quando lo vidi quel pomeriggio, rientrava in scena dopo così tanto tempo che pensavo se ne fosse andato per sempre. Era identico, con i suoi occhiali in tartaruga dalla montatura spessa, e con delle lenti di ingrandimento che lo rendevano ancora più indecifrabile. Era lì alla sua finestra e, quando si accorse che lo stavo guardando, tirò le tende. In quel momento pensai che Ricardito fosse incuriosito come me da quei tizi che interrompevano, con le loro macchine rumorose, la calma abituale del quartiere. 

Ma non era proprio così. Mi stupì vederlo andare in strada, il terzo giorno dei lavori, piano piano e guardandosi attorno – come chi non vuole essere visto – fino a raggiungere uno di loro e trattarlo con una certa familiarità: una pacca sulla spalla e un sorriso. Doveva avere creduto che nessuno lo avesse visto, e sarebbe stato sicuramente così se quegli strani soggetti non mi avessero suscitato incredulità dal momento stesso in cui erano arrivati.

Il quarto giorno, cessò il rumore, e tutto tornò a una relativa tranquillità, perché i tizi smisero di squarciare la strada e iniziarono a scavare nei buchi fatti. Per noi il cantiere era una scocciatura, perché i detriti erano caduti sul nostro marciapiede, ostacolandoci l'ingresso e l'uscita.

I detriti arrecavano danno anche alla famiglia di Ricardito e mi sorprendeva che loro – i genitori di Ricardito – non si fossero messi a sbraitare, essendo le persone più pignole e arroganti che conoscevo. Mi era difficile immaginare il vecchio Antonio così tranquillo, visto che non poteva parcheggiare il suo furgone sporco e dozzinale, che somigliava più a una corriera di paese.

A parte questo, mi dedicai a tenere d'occhio i lavoratori il più possibile, ma sicuramente mi sfuggì qualcosa quando dovevo uscire, o quando pranzavo. Le mie assenze sono l'unica spiegazione al fatto che non mi sia accorto dell'accaduto, ma non immaginavo che quei mascalzoni si alternassero su due turni. Sta di fatto che, a una settimana dall'inizio dei lavori, i tizi non vennero più, come ho già detto prima, e lasciarono una buca clamorosa con un nastro giallo che segnalava “Pericolo”, e in realtà era davvero pericolosa: la prova fu che vi cadde un vecchio gatto che morì sul fondo roccioso.

L'ultimo giorno dei lavori, avevo visto solo uno degli operai e, secondo quanto ci raccontò il signor Carlos, era venuto soltanto a mettere il nastro con l'avviso “Pericolo”... Ah, e anche l'altro con scritto “Passaggio vietato”.

Ma quell'avviso era stato posto con data indefinita, perché trascorse un giorno, ne trascorsero due, tre, quattro, e non so più quanti, e nessuno veniva a risolvere il problema, e così dovetti metterci la faccia, perché la buca non solo cominciava a cedere e a ingrandirsi, ma incombevano su di essa piogge straordinarie dagli epiloghi catastrofici. In democratico accordo, a casa ritenemmo che la prima cosa da fare non fosse contattare la società acquedotti, ma andare dai vicini e capire perché non si fossero lamentati. Fu questo il motivo per cui raggiunsi la casa di fronte, luogo che mi appariva da sempre misterioso.

Dopo avere bussato diverse volte, Ricardito tirò la tenda che copriva la finestra e, nel trovarmi lì, rimase di sasso, come se avesse visto un fantasma. Con mani tremanti e voce tentennante, mi salutò, e ipotizzai che il suo quadro neurologico si stesse alterando verso un'iniziale follia. Inoltre balbettava, e se non fosse stato che da lui ci si poteva aspettare di tutto, avrei creduto che stesse nascondendo qualcosa. Ciononostante, gli riportai il problema dei detriti ma, rendendomi conto del suo stato deplorevole, considerai più conveniente discutere la questione con suo padre. A queste parole, Ricardito si trasformò di colpo, come se quanto gli avevo appena detto lo obbligasse a dare il meglio di sé, perché tiro fuori la voce, smise di balbettare, e con una sicurezza da giudice sentenziò che si trattava di un problema quasi risolto.

«Giusto stamattina ho presentato un esposto all'ufficio dei servizi pubblici e posso garantire che prima del fine settimana sarà tutto a posto».

Questa fu la sua risposta, e la diede con tanta convinzione e fermezza da farmi in seguito pensare se davvero fosse poi così folle, perché ci sono certi matti che, per esserlo, devo essere molto furbi.

Cercando di dimenticarci della questione, passammo quella settimana schivando le pietre e le buche, ma al di là di questo, che diventò qualcosa di meccanico, si alterò la percezione del tempo. Per noi si fece irreale, come se quello scenario immutabile avesse dato al tempo una cronologia senza senso, al punto da farci pensare a giorni ripetuti; e mio papà, per due volte, confuse il giovedì con il martedì, e tutti in generale fummo invasi da un'apatia insopportabile che ci fece rinchiudere in casa, credendo nella rapida soluzione della faccenda come conseguenza del normale corso degli eventi.

Dal canto loro, i vicini delle case attorno cominciarono a uscire dal lato opposto dell'isolato, e a quel punto sentii che l'incuria con cui si affrontava la questione era sintomo della piega che stavano prendendo le cose. Iniziò persino a crescere l'erbaccia fra i detriti, e la rugiada delicata della notte generò un'orda di zanzare sanguinarie che invasero la nostra casa.

Arrivò la settimana seguente e pensai di chiedere di Ricardito per risolvere il problema, ma cambiai idea, perché non mi ero mai fidato di lui, e cominciai a considerare la sua riposta come una balordaggine frutto della sua follia. Ero cosciente di dovere trovare una soluzione per strappare i componenti della mia famiglia da quel conformismo malsano. Mio padre, quantomeno, che la settimana precedente non era andato a fare la solita passeggiata del giovedì, in parte perché credeva che quel giorno fosse martedì. Mia madre, che alla sua età iniziava ad avere timore a uscire, non andò quel mese a ritirare la pensione, sperando che tutto si sarebbe aggiustato rapidamente. Smettemmo anche di leggere il giornale, perché il venditore ambulante non passava più. Anche la qualità del cibo ci rimise, perché non montarono più il mercato, e ogni viaggio al negozio per gli approvvigionamenti era un'odissea che nessuno voleva intraprendere. Il colmo dei colmi fu una mattina, quando ci rendemmo conto che eravamo prigionieri in casa nostra da tre giorni, bevendo soltanto vino rosso e mangiando fette biscottate stantie. Quel giorno mi ravvidi. Mi lanciai sotto un sole rivitalizzante che, complice anche una doccia fredda, ricaricò le mie energie offuscate. Poi andai al negozio per fare provvista di tutti gli alimenti che ci mancavano in casa e, dopo una colazione in stile americano, mi diressi all'ufficio dei servizi pubblici.

Dopo una lunga coda di esposti tipici che terminarono quasi a mezzogiorno, arrivò finalmente il mio turno. Non mi sorprese che nessuno avesse presentato un esposto per il ritardo nei lavori nel nostro quartiere – conferma di un Ricardito sbadato e bugiardo – ma mi sorprese invece l'atteggiamento della donna che mi ricevette quando feci il reclamo.

«Una buca scoperta nel Nogal! Non può essere, ma se è il quartiere più noioso del mondo, non succede niente da anni, sembra un quartiere di morti viventi, non si rompe neanche una tubazione, né salta la vite di una fontanella».

La sicurezza della donna era tale da non farmi avere alcun dubbio. Al contrario, lei, atterrita da quanto ascoltato, mi mandò dal suo capo, che avvisò immediatamente la polizia della mia confessione.

[…]

 

© Edizioni Della Goccia di Indalezio Davide


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